“Abbiamo fatto l’Europa, ora dobbiamo fare gli europei”. Questo forse, riprendendo una famosa frase di Massimo d’Azeglio, pensarono Schuman, Adenauer e De Gasperi quando, nel 1957, firmarono a Roma l’atto di nascita della Comunità Europea. Serviva un modello di riferimento nel quale far convogliare tutti gli spiriti nazionalistici europei, così da soffocarli e creare la nuova identità. I modelli furono Carlo Magno e il Sacro Romano Impero che, al culmine della sua espansione, copriva un territorio all’incirca simile a quello della CE. Molti lo ritennero il giusto riferimento: Carlo era il re che con la guerra e con la diplomazia diede forma a un impero europeo e cristiano. Sembrava perfetto!

L'impero carolingio alla sua massima espansione


Tuttavia è lecito porsi una domanda: cos’hanno in comune l’Impero carolingio e l’Unione Europea? Ma soprattutto: Carlo aveva una coscienza europea?

Il Cristianesimo perno dell’Impero - Si ritiene, a buona ragione, che uno dei pilastri dell’Impero carolingio fu il Cristianesimo. Esso trovò un fertilissimo terreno nella politica pro-cultura di Carlo, ma la sua opera fu mirata più alla riproduzione dei manoscritti antichi piuttosto che al loro studio in quanto il mondo classico era prettamente pagano e mancava ancora la mediazione culturale tra classicità e Cristianesimo, che giunse solo più tardi dalla penna di San Tommaso d’Aquino (1221-1274). Inoltre va detto che oggi, vivendo in una gabbia culturale laica, ci risulta difficile comprendere il forte impatto della religione nella gestione dell’ordine sociale medievale. La scelta di investire sul Cristianesimo consegnò a Carlo un potente strumento di potere e di legittimità che altrimenti, con i semplici legami feudali, forse non avrebbe avuto. Un esempio? La conquista della Sassonia (con le stragi che ne seguirono) fu considerata come una giusta campagna di conversione dei Sassoni pagani.

Albrecht Dürer, Ritratto idealizzato di Carlo Magno, 1514, olio su legno, Stiftung Deutsches Historisches Museum, Berlino.


Rottura o continuità? - Quando Carlo fondò il suo impero non guardava al futuro, ma al passato. Anch’egli aveva bisogno di un modello e lo trovò nell’Impero Romano, nelle sue istituzione, nelle sue leggi, nella sua cultura. Chiamò i suoi domini Sacro (perché Cristiano) Romano Impero. A quell’epoca rifarsi al passato era l’unica soluzione per costruire uno stato solido e duraturo: non si stava cercando un’Europa quindi, ma uno stato che viveva sul Mediterraneo, proiettato in nord Africa e in Oriente, con un grande fardello che erano le province al centro del continente. Altri insieme a lui avevano coltivato la cultura romana, come gli Ostrogoti e i Longobardi in Italia e i Visigoti in Spagna. Solo i Vandali andarono contro corrente a ruppero col passato: il loro regno in Africa venne dopo poco cancellato dalla Storia da una campagna bizantina.


Eppure qualcosa di diverso dagli altri l’impero di Carlo ce l’aveva; visto, gioco facile, con l’occhio dei posteri il suo impero è piuttosto familiare… in conseguenza alla decadenza politica bizantina e longobarda e di fronte agli Arabi lanciati in Occidente da Maometto, con Carlo Magno il baricentro politico ed economico del Vecchio Continente si trasferì dal Mediterraneo al centro Europa, nella valle del Reno, per non spostarsi mai più. Fu questa la più grande rivoluzione di Carlo.


Per approfondire la questione vorrei segnalare due pubblicazioni autorevoli: una pro Carlo Magno padre d’Europa, di Alessandro Barbero (Alessandro Magno: un padre dell’Europa, Laterza, 2000) e una contro, di Jacques Le Goff (il suo ultimo saggio Faut-il vraiment découper l’histoire en tranches?, Seuil, 2014)