Prima che si cominciasse a elevare muri e chilometri di filo spinato alle sue frontiere, l’Ungheria veniva collegata dai più alle meraviglie della capitale Budapest o al goulash, il piatto nazionale a base di carne. La politica interna non ha risonanza nel nostro paese e anche in Europa non ha un ruolo di primo piano; nel suo vivace panorama politico però si muovo movimenti, composti per lo più da giovani (come il partito Jobbik, che occupa nel Parlamento ungherese 23 seggi su 199), che tengono vivo un nazionalismo che affonda le sue radici a quasi un secolo fa.

Uscita sconfitta dalla Prima Guerra Mondiale (1915-1919), la monarchia ungherese fu costretta ad accettare un trattato di pace con le potenze vincitrici, cioè i paesi dell’Intesa e i loro alleati, detto del Trianon dal palazzo nei pressi di Versailles dove esso fu fimato il 4 giugno 1920. Fu un trattato unilaterale considerato talmente ingiusto che molti storici moderni sono concordi nel ritenere che la conseguente instabilità della regione fu una delle cause che portarono allo scoppio Seconda Guerra Mondiale.

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Locandina irredentista ungherese del 1920


Con il Trattato del Trianon l’Ungheria cedeva alla Romania, alla Cecoslovacchia, all’Austria, all’Italia e al neo-nato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni circa due/terzi del suo territorio, costringendo i circa tre milioni e mezzo di ungheresi delle zone perse a trasferirsi in breve tempo entro i nuovi confini.



Le conseguenze furono anche economiche: i danni causati dalla perdita di quei territori, ricchi di materie prime, si sommarono ai debiti di guerra e ai costi della ricostruzione. Questa situazione spinse i governi successivi a condurre una politica di irredentismo e a combattere una vera e propria guerra parallela durante la Seconda Guerra contro i paesi che avevano beneficiato della spartizione: Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia.