Solo un pazzo avrebbe potuto pensare che la Libia avrebbe trovato pace e democrazia nel dopo-Gheddafi. La complessa galassia di tribù che con la forza l’ex Raìs riusciva a tenere sotto lo stesso governo si è trasformata, dalla fine del 2011, dopo la prima guerra civile, in una complessa geografia di fazioni ciascuna con la propria guerra da combattere.

La seconda guerra civile – Dopo il vuoto di potere generato dalla caduta di Gheddafi il potere ufficiale viene detenuto dal governo di Tobruk, riconosciuto a livello internazionale e appoggiato militarmente da Egitto e Emirati Arabi, da quello di Tripoli, formato dagli islamisti di Alba Libica e supportato da Turchia e Qatar. Il 17 dicembre 2015, con gli Accordi di Skhirat, i due governi rivali trovano una fragile intesa e si forma un Governo di Unità Nazionale a Tripoli, con a capo l’imprenditore Fayez Serray.

La guerra in Libia - gennaio 2016


L’ISIS – Va detto che la Libia è dannatamente ricca di petrolio: prima della guerra l’economia libica si basava principalmente sulla sua esportazione. Se aggiungiamo che il paese, vista la sua posizione, è una facile porta di accesso al Mediterraneo e all’Europa, la profonda instabilità politica ed economica non poteva che attrarre la più attiva rete di criminalità organizzata del pianeta in cerca di ricchezze: l’Isis. Dopo aver infiltrato in sordina i suoi miliziani nelle principali città libiche della costa, prende il controllo di Derna e di Sirte, giungendo ad assediare Misurata e Bengasi e imponenedosi sugli altri gruppi armati nel paese. Il principale obiettivo è mettere le mani sulla Mezzaluna petrolifera, una vasta area ricca di petrolio (dal valore stimato di 130 mld di dollari) a est di Sirte, difesa da gruppi di miliziani, le “guardie dei pozzi”, assoldati dal Governo. Inoltre c’è sul tavolo il totale controllo delle rotte dei migranti, che hanno già fruttato al Califfato più di 300 milioni di dollari. La Libia è anche uno dei bacini di reclutamento più ricchi per le milizie di al-Baghdadi: insieme ai foreign fighters europei, i guerriglieri libici formano la brigata al-Battar, una sorta di reparto speciale, protagonista della conquista di Kirkuk, in Iraq.

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Un Tornado ECR [http://aereimilitari.org]

Vietato perdere – Per tutti questi motivi lo scenario libico sembra decisivo per l’affermarsi dello Stato Islamico e proprio per questa ragione risulta cruciale la vittoria della nascente coalizione anti-Isis. L’Europa guarda con apprensione l’evoluzione della situazione in Libia, visti gli ingenti investimenti in termini di uomini e denaro che il Califfato ha avviato nel paese nordafricano, ormai diventato il frutto proibito di cui impossessarsi, ancora più prezioso di Iraq e Siria, dove peraltro si continua a combattere aspramente.

Due mezzi governi e tanti nemici – Se a combattere fossero solo il Governo di Unità Nazionale (che al momento ha solo un controllo formale del territorio) e l’Isis non sarebbe difficile dipanare la matassa Libia. La disgregazione del potere politico a seguito della guerra civile ha portato a un diffuso particolarismo di interessi politici ed economici delle popolazioni che abitano il paese: i Berberi del nord-ovest rivendicano l’autonomia, i Tebu (gruppo etnico stanziato tra Libia, Ciad e Niger) minacciano di formare un governo indipendente e i Tuareg gestiscono un florido mercato di droga e armi con le realtà criminali in Tunisia e Algeria. Meritano attenzione anche le guardie al soldo del Governo che presidiano le installazioni petrolifere attorno a Sidra e a Ras Lanuf (l’area più redditizia del paese), accusati più volte di non aver opposto resistenza agli attacchi jihadisti, nonché la presenza in alcune aree di miliziani di al-Qaida.


Libera nos a malo – La reazione internazionale che si sta sviluppando in questi giorni segue un copione già noto: gli Stati Uniti, auspicando l’intervento militare, pressano gli alleati per dare vita a una nuova coalizione anti-Isis disposta ad affiancare l’esercito del debole governo libico, ma senza inviare massicce truppe di terra. Alla chiamata, oltre a Germania, Regno Unito, Francia e alcuni paesi arabi, ha risposto anche l’Italia, che si è candidata a guidare le operazioni, rendendosi disponibile a inviare a Tripoli reparti per l’addestramento della polizia libica, alcuni Tornado e gruppi scelti (il fiore all’occhiello del nostro apparato militare) per il presidio degli obiettivi sensibili. Lo strumento giuridico sarebbe simile a quello utilizzato in Iraq, cioé una formale richiesta di aiuto da parte del governo libico, ma anche questa volta però non è chiaro chi siano i “cattivi”: solo l’Isis o anche altri gruppi armati?